Libera
dalle catene
la carne
più non ti appartiene
il dolore
il fango
ed il silenzio
ora che tutto
è vita
mentre passeggi
sotto dita di pioggia
che palpitanti
carezzano
questo cuore che strilla.
Libera
dalle catene
la carne
più non ti appartiene
il dolore
il fango
ed il silenzio
ora che tutto
è vita
mentre passeggi
sotto dita di pioggia
che palpitanti
carezzano
questo cuore che strilla.
Sono come formiche
brulicano
nel tuo ventre possente
mentre un sole
impietoso
gli brucia le zampe
e li confonde
li acceca
ma io ti ho visto
nudo
e vero
nella tua semplicità
di sapore e colore senza tempo
mentre il sole si nascondeva
e ti lasciava amare
da un uomo qualunque.
(dedicato al mio amatissimo mare di Sicilia)

Sono stanco.
Stanco di essere tollerante.
In Iran si sono tenute le elezioni presidenziali, che hanno visto vincere, fra presunti brogli e festanti clamori, l'ultraconservatore e fondamentalista Ahmadinejad, già presidente della repubblica islamica iraniana nello scorso lustro. Un tipo sveglio, Ahmadinejad, talmente sveglio che in piena conferenza ONU ha osato dire davanti a tutti che l'olocausto nazista nei confronti degli ebrei era tutta una messinscena, una buffonata. Ah! Ha pure aggiunto che gli piacerebbe cancellare dal pianeta l'intero Israele e tutti i suoi abitanti...
In Iran esiste una società, definita teocratica, che è modello e virtù di molti popoli di lingua araba, una società dove i diritti dell'uomo comune sono vincolati alle norme inqualificabili di una religione troppo antica e per nulla umana.
In Iran le gerarchie contano.
Al primo posto c'è Allah, il dio inconoscibile che tutti devono temere ed adorare (dimenticate il concetto di Dio-Padre che è soltanto cristiano), subito dopo c'è Maometto (Muḥammad), il "profeta", colui il cui nome e la cui figura sono talmente sacri che la sola ironia su di esso vale l'immediata pena di morte per eresia, poi viene l'uomo maschio, a cui spetta il potere di gestire la società in cui vive (sempre soggetta comunque alle leggi restrittive ed anacronistiche del Corano), poi viene la donna, mero utensile e raffigurazione del vizio e del peccato, il cui UNICO compito è fare figli e SERVIRE il maschio di turno (prima il padre, poi il marito), alla fine il bambino, semplicemente una proprietà del padre e solo di lui.
In Iran le donne non contano nulla.
Sono completamente succubi dei maschi che decidono sempre per loro, come vestire, dove andare, come crescere i propri figli, se devono stare zitte o se possono parlare.
Le donne iraniane sono bellissime, credetemi.
Ma non possono mostrare a nessuno, a malapena a se stesse, la bellezza di una femminilità che secoli di storia occidentale è riuscita a sviscerare e a rivalutare. Dentro casa possono, a volte, mostrarsi alla propria famiglia come credono, ma fuori casa sono soltanto una massa di manti neri (il Chador), che copre ogni loro vergogna.
Ma quale vergogna???
Quale vergogna ha una donna di essere pienamente donna?
PS: Potrei stare qui ad elencare mille altre assurdità, mille altri soprusi di una mentalità retrograda e stagnata ad un medioevo che in tutta sincerità non apparteneva neanche a noi...ma sono stanco...
stanco di essere tollerante...mi limiterò a suggerire la lettura di questi due interessanti articoli:
http://www.recensioni-storia.it/?p=482
http://www.narcomafie.it/news_archivio/news_2001_1.htm
Negli ultimi tempi riaffiorano alla mia mente numerosi ricordi della mia infanzia.
Ricordi sopiti, dimessi, nascosti fra i telai polverosi di una vita che ha sempre guardato al presente, ma che non ha mai disdegnato il caldo abbraccio del passato.
Avevo 4 anni quando per la prima volta mi affacciavo al mondo esterno, il mondo degli estranei, lontano dalla dimensione iperprotettiva familiare, il mondo dell'asilo.
Ricordo ancora bene la mia prima volta, il mio primo passo in quella realtà che chiamiamo società, dove non sei più guidato dai genitori, ma sei invitato a camminare da solo, con le tue gambe.
Avevo 4 anni, e ricordo bene che il primo giorno d'asilo non piansi.
Mia madre mi lasciò la mano, quella mano che mai mi aveva abbandonato negli anni del mio sviluppo, per andare incontro ad un nugulo di bimbi terrorizzati e piagnucolanti.
Io ero l'unico che non piangeva, non ne ricordo il motivo...forse ero troppo curioso di scoprire questo nuovo mondo per poter pensare alle lacrime.
Ma ero anche maledettamente timido, non avrei mai stretto amicizia con nessuno quel giorno, ne sono certo...eppure una persona, una bimba, mi si avvicinò quasi subito e senza esitazioni.
Avevo 4 anni, e ricordo bene la mia prima volta che ho guardato negli occhi una donna, nelle candide vesti di bambina.
Disse di chiamarsi Francesca, mi prese per mano, andammo subito a giocare.
Ero meravigliosamente felice.
Parlavamo molto, giocavamo tanto ed eravamo inseparabili.
Un grande albero era il nostro rifugio segreto, la terra dell'ignoto che insieme esploravamo, mano nella mano.
Lei era la mia interfaccia con questo nuovo mondo, lo specchio limpido nel quale mi riflettevo ogni giorno, senza paure, senza insicurezze...ed era l'unica persona che conoscevo in quel mondo, l'unica persona con la quale mi relazionavo...il resto mi rimase completamente estraneo, indifferente.
L'anno successivo si avvicinò un altro bimbo, di nome Giuseppe, che quasi di soppiatto si intrufolò fra noi due, rubando in parte quella complicità e quella intimità che era soltanto nostra.
Diventai geloso, per la mia prima volta...e senza capirlo.
Un giorno, mentre lo vedevo avvicinarsi a lei, gli feci uno sgambetto e lui cadde rovinosamente a terra, piangendo.
Avevo 5 anni, e ricordo bene la mia prima volta che ho deliberatamente fatto male a qualcuno.
Una strana soddisfazione mi scuoteva le membra, ma lei, la mia bimba, la mia amica, non gradì affatto, tant'è che mi rimproverò e cercò di consolare quel bimbo che avevo fatto piangere.
Provavo dolore.
Non perchè mi fossi pentito del gesto, o perchè avessi fatto del male a quel bambino...ma perchè mi ero reso conto che avevo ferito lei, che da quel momento non mi parlò più per un pò di tempo.
Ero terribilmente triste.
Poi un giorno, non ricordo con esattezza quando, lei si riavvicinò a me, e sorridendomi mi disse che era tutto perdonato...tornammo allora di nuovo amici, di nuovo insieme, di nuovo inseparabili.
Quel bimbo, Giuseppe, aveva fatto nel frattempo altre conoscenze e si era fortunatamente allontanato.
Io ero felice.
Non molto tempo dopo ricordo solo che non tornai più in quei luoghi, non rividi più la mia Francesca...era il tempo della scuola, il tempo degli studi.
Il tempo della vita...
Conservo dentro di me ancora con affetto questi ricordi preziosi, sono la testimonianza di emozioni mai dimenticate, il mio primo incontro con l'amicizia, con l'amore, nella purezza di sentimenti che solo un bambino può provare.
Da allora moltissime cose sono cambiate, nel mondo mio come in quello esterno, ma non ho mai smesso di credere nell'amicizia, nell'amore...
E forse anche un pò nella vita...
La Natura è sorprendente.
Ti sorprende nel cuore della notte, facendo tremare la terra che ritenevi sicura sotto i tuoi piedi, e ti lascia senza una casa, senza una vita.
Poi, inaspettatamente, ti fa pure germogliare una nuova vita dentro la vita di qualcun'altro, ma non nella maniera convenzionale a cui siamo abituati a pensare.
Nelle lontane terre della Russia orientale un giovane russo di 28 anni, Artyom Sidorkin, soffriva da qualche tempo dei forti dolori al petto.
E sputava sangue...
La logica porta a pensare sempre al peggio, e così il giovane, credendo di avere un tumore al polmone, va in ospedale per farsi controllare con opportune misure diagnostiche.
Il responso è chiaro e lampante: cancro al polmone.
Ma non ci sono metastasi.
Il tumore sembra ben localizzato e dunque estraibile, eliminabile.
Ci si prepara per il tavolo operatorio, i chirurghi anestetizzano il paziente, e gli aprono la gabbia toracica, quindi recidono la zona polmonare dove si sarebbe trovato il presunto tumore.
Scoprono l'impossibile.
Un piccolo abete di 5 centimetri, con tanto di aghi e radici.
Non un comune (ma terribilmente mortale) tumore, ma un abete, una pianta, una conifera per l'esattezza.
Questo piccola vita aveva fatto presumibilmente il suo ingresso in forma di seme, inalato magari inavvertitamente dal giovane, e poi aveva avuto la possibilità di germogliare all'interno di qualche alveolo polmonare. Dentro il pomone del giovane uomo ha trovato casa, ed è cresciuto, fino a diventare un piccolo alberello di 5 cm. Gli aghi e le radici hanno perforato i tessuti intorno ad esso: da qui il dolore ed il sangue.
E la sua presenza così ben amalgamata nel contesto del polmone ha ingannato i radiologi, che nelle lastre RX e TAC potevano scorgere soltanto una massa irregolare ed invasiva (come un comune tumore maligno): da qui l'idea che fosse un cancro.
L'uomo, intervistato subito dopo l'intervento chirurgico, è apparso sollevato e felice della notizia, un cancro al polmone è quasi sempre letale ed incurabile, mentre un qualunque oggetto estraneo si può sempre estrarre! Ma qui si parla di un abete, una pianta!
Ancora i medici di quell'ospedale (così come tutta la comunità scientifica, ed io con loro) si chiedono come sia stato possibile una cosa simile!
Come può un seme germogliare in un corpo umano e divenire pianta? Soprattutto considerando le efficaci difese del corpo (macrofagi, IgA ecc)?
Davvero la Natura è così incredibile.
E soprendente...

Quando tutto era diverso, erano i primi anni 80.
Una foto come tante, una giornata come tante, e quel sorriso meravigliso che mi accompagnava per anni ed anni della mia vita.
Poi un giorno, ricordo avevo 7 anni, ero nei bagni della scuola, ed il mio compagnetto di banco, a cui ero molto legato, vedendomi sempre allegro e spensierato mi rimproverò dandomi uno schiaffo e dicendomi strane e misteriose parole: "Non puoi sorridere sempre, Giampa, la vita non è sempre bella e felice!".
Non capivo quelle parole, quel gesto estremo...così improvviso, spontaneo, senza senso.
Forse erano dettate dall'invidia, forse era semplicemente una sorta di fastidio...o forse era uno di quei rari momenti di pura e limpida saggezza, che anche un bambino di sette anni a volte può avere...
Mi chiese subito scusa per quello che aveva fatto e detto, mi disse che non era in sè...eppure quelle parole, quel gesto, mi hanno segnato profondamente.
Non saprei il perchè, ma da quel momento è come se dentro di me fosse scattato uno strano meccanismo inconscio, invisibile, che mi ha portato nel tempo a controllare maggiormente le mie emozioni, a non espormi troppo, a non esprimere troppo di me, a sorridere di meno...
Quando tutto era diverso, erano i primi anni 80.
Io ero un bambino bellissimo, buonissimo, dolcissimo.
E sorridevo tanto, sempre.
Sorridevo.
Come si fa a spiegare cosa sia la malinconia a qualcuno che non la vive, ma la assapora solo di tanto in tanto?
Come si fa a far capire a chi ti sta vicino, e cerca faticosamente di comprenderti, cosa sia un umore perennemente instabile?
I miei testi di psichiatria dicono che sia una discesa inspiegabile della serotonina, oltre i limiti normali della gente comune...e sono pieni di tanti buoni consigli farmacologici e psicoterapeutici, che possono solo controllarne gli effetti ma non ne rimuovono la causa.
Quella esiste ed esisterà sempre.
Già...la causa...ma qual'è la causa?
Anni infiniti di studi medici ma nessuno mi ha ancora spiegato il perchè sono nato così...
Il perchè SONO così.
Forse non c'è un perchè, e se c'è lo conosce solo chi ha forgiato la mia anima.
Allora chiedo...al TIPO che ha compiuto questo "capolavoro"...la prossima volta, controllali meglio i livelli di serotonina quando fai i tuoi impasti e le tue misture...
Spirali d’angoscia
in grigie scaglie
di pietra lavica
intarsiano pareti
di ruvido amianto
al rintocco beffardo
di piccole ore
come minute anguille
scivolano sapide
nella mente
di chi ha sanguinato
troppa espressione
di sensi
senza senso.
Certe volte capita che certe esperienze, certe emozioni, vadano a finire nel cesso!
E' come quando si mangia un buon pasto in qualche bel ristorante...puoi stare sicuro che la maggior parte di quello che hai digerito finirà sempre e comunque nel cesso!
Qualcuno dice che è la legge della natura.
Io dico che è una stronzata!
Del resto siamo sempre in tema...non si può sbagliare!
Il cesso rimane sempre il luogo ultimo dei nostri sogni, dei nostri desideri, la meta finale dei nostri piaceri.
E' l'omega della vita.
Forse mi converrebbe tirare la catinella...e sperare che, insieme a quello che viene portato via, arrivi pure qualcosa di veramente nuovo e che finalmente riesca a rimanere dentro di me...
Almost forgotten...almost forgiven...
Deep inside the silence a wolf lies dreaming...waiting to be awaken...
Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra una stella.
Sola senza il ricordo di un dolore
vivevi senza il sogno di un amore
ma un re senza corona e senza scorta
bussò tre volte un giorno alla tua porta.
Bianco come la luna il suo cappello
come l'amore rosso il suo mantello
tu lo seguisti senza una ragione
come un ragazzo segue un aquilone.
E c'era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli
c'era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose le sue mani suoi tuoi fianchi.
Furono baci e furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle.
Dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent'anni ancora alla tua porta.
Questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose.
E come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose.
(tratto da "La Canzone Di Marinella" di De Andrè, interpretata da De Andrè e Mina)
Sesso è espressione.
Comunicazione.
Linguaggio dell'anima attraverso la carne.
Non necessita assoluto amore, ma solo dignità e rispetto.
Sesso è libertà.
Fantasia senza confini.
Libero arbitrio nel rispetto del consenso.
Non gli servono i pudori, figli dell'ignoranza.
E neanche i falsi moralismi, figli dell'ipocrisia.
Sesso è vita.
Non solo perchè la genera.
Ma anche perchè la rinnova e la reinventa.
A volte può persino distruggerla.
Ma soprattutto il sesso è pensiero che si fa azione.
Desiderio che si fa realtà.
Il sovrano nascosto della mente che si incorona di sensi.
E' dunque la segreta armonia a cui tutti dovremmo tendere.
Senza fraintendimenti.
Senza illusioni.
Solo il piacere di condividere.
E condividersi.

Bisogna imparare a vivere per sentire.Quando la sera
tu ritorni a casa
non ho neanche voglia di parlare,
tu non guardarmi
con quella tenerezza
come fossi un bambino
che rimane deluso.
Si lo so
che questa
non è certo la vita
che hai sognato un giorno per noi.
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà.
Vedrai vedrai
che non son finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà.
Preferirei sapere che piangi
che mi rimproveri d'averti delusa
e non vederti sempre così dolce
accettare da me
tutto quello che viene.
Mi fa disperare
il pensiero di te
e di me che non so darti di più.
Vedrai vedrai
vedrai che cambierà
forse non sarà domani
ma un bel giorno cambierà.
Vedrai vedrai
che non son finito sai
non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà.
(tratto da "Vedrai Vedrai" di Luigi Tenco)
Amare è semplicissimo.
A volte, ci si ostina a volere credere in certe persone.
A volte, ti sembra d'aver trovato delle anime fantastiche, che credono in te.
A volte, credi di poter avere una bella intesa, una profonda sintonia.
Invece, è solo un abbaglio.
Un sole già spento.
Ed io sono stanco del buio...
A volte, ci si rende conto della propria idiozia.
A volte, certe anime sono meno fantastiche di quel che sembra.
A volte, l'intesa che credevi profonda e vera è soltato un fuoco di paglia.
Brucia subito, in fretta.
Lasciando una cenere che non si toglie via facilmente.
Ed io sono stanco di sporcarmi le mani...
Vorrei poter
sentire ancora
madre
il tuo fragile cuore
appeso al mio
dentro quel grembo
l’immenso sospeso
e l’attimo
di essere eterno
in te che sorridevi
la mia venuta.
I sensi avvolgono
ciò che la mente
conduce
a lenti passi di spine
un intimo sentire
emozioni lontane
vissute nell’ombra
di farfalle notturne
non più crisalidi
ma splendide ninfe
che accarezzo con cura
nel segreto di parole
che profumano vita.

A volte, basta davvero poco.
A volte, bisognerebbe accontentarsi di quello che si è.
Di quello che si possiede.
Mi è bastato vedere la Sila, in Calabria, con le sue montagne imponenti e selvaggie, e le sue foreste, fitte e senza tempo, per capire che certe preoccupazioni sono fiato sprecato, dinanzi alla sommità del respiro divino che aleggia in queste zone.
Ma non mi sono sentito piccolo ed insignificante, come quando di notte osservavo dal basso l'universo stellato, anzi, mi sono sentito più grande, più forte, più vero, come quando si ha accanto una persona veramente amata. Immerso in questa natura antica, ho provato l'ebbrezza di essere vivo, parte integrante di un tutto che mi entrava prepotentemente dentro, ed allora mi sono lasciato andare...ogni angoscia, ogni malinconia...era davvero senza senso quel mio vaneggiare fra le mura di cemento?
Che senso hanno allora le strade, pensate per accorciare le distanze, quando le persone si allontanano sempre di più, le une dalle altre?
Che senso hanno i palazzi, che invece di raccogliere umanità, isolano individui in prigioni di pietra chiamate appartamenti?
E' forse un mio nuovo vaneggiare un tempo senza nome che mi spinge a credere che si può ancora vivere...
(al mio amato fratello, che mi ha aperto una porta dimenticata...)
A che serve avere le ali se non le puoi usare...
A che serve contemplare il mondo quando hai perso te stesso...
A che serve essere sereni quando non si riesce ad esserlo...
Mi fermo a pensare, me stesso e quello che sono diventato.
E mi rendo conto che tutto cambia, tutto si evolve...
Mentre io rimango indietro, come sempre.
...fino a quando?
Ho sempre odiato l’ipocrisia, ma ho imparato ad accettare la menzogna, quando usata a fin di bene.
Ci sono delle emozioni che non si possono dire ad alta voce, perchè sembrano sconvenienti, magari inopportune, forse inadeguate. Le puoi scorgere fra i sorrisi e le parole libere di chi è stato veramente amico, da anni. Le senti nell'aria come brezza frizzantina che ti accarezza lo spirito, e ti risolleva dalle amarezze di giornate piatte e deludenti. E' il senso profondo dell'amicizia, che riesce a far condividere emozioni non dette, in quel manto notturno disperso fra le mille luci dei pub, nel chiasso sornione di gente che si incontra e si scontra continuamente, cercando un riparo dalle alienazioni di certa esistenza. Ma le parole non servono a descrivere ciò che le anime comunicano da sempre...
Non credevo che la solitudine potesse fare tanto male.
Credevo di esserci abituato.
Credevo di essere forte.
Ma di fronte al buio dei miei pensieri mi riscopro nuovamente fragile.
Nuovamente inutile.